Double Fuddle. Una short story di Isabel Giustiniani

Mi chiamo Double Fuddle. O almeno questo è il nomignolo che non sono più riuscito a scrollarmi di dosso dal giorno in cui quel bastardo di Jake si avventò su di me. A terra però quella mattina d'inverno finì lui e, tra le scroscianti risate dei suoi amici, sputò tra i sassi la sentenza che solo una sbornia doppia avrebbe potuto tenere lui steso a quel modo. Nuvolette di vapore condensavano il mio fiato mentre osservavo quei brutti ceffi tentare di accerchiarmi. Le risate però cessarono di colpo, sostituite da uno sconnesso coro di imprecazioni, quando quel tale che chiamavano Pitt cadde improvviso al suolo con una strana espressione negli occhi sbarrati e vitrei, mentre un rigagnolo di sangue gli colava lento dal naso.

Il mio vero nome è Niyolshiye e sono nato tra i Navaho delle Verdi Pianure. Il mio nome significa figlio del vento ed era come vento che percorrevo assieme ai miei fratelli quelle terre. Volavamo in un turbine di gare e risate fin sopra la collina degli dei. I più piccoli guardavano sempre con occhi colmi di meraviglia mista a soggezione il Sacro Bosco degli Spiriti che li sorgeva. Gaagii si sedeva allora su un grosso masso tra gli alberi maestosi e, affilando con gesti sicuri punte di freccia, raccontava delle leggende tramandate dagli antichi sciamani sulle prodigiose creature che un tempo avevano li risieduto.

"Ma ora tutto è finito" era la cupa frase senza appello con cui terminava ogni suo racconto.

Io scuotevo la testa: dentro di me sapevo che nulla era finito davvero.

Le percepivo nell'aria quelle creature, negli aliti leggeri che facevano muovere senza vento qualche pigra foglia; nel ruscellare argentino dell'acqua che talvolta giungeva alle mie orecchie come un leggero trillo di mille campanelle; nel canto soave di uccelli che non riuscivo a scorgere.

E poi un giorno la vidi.

L'eterea fanciulla avanzava scalza e leggera sull'umido muschio in un'alba di primavera, quando le gocce di rugiada attendono ansiose il sole per brillare come diamanti. Non appena si accorse dei miei occhi scuri puntati su di lei, la creatura si sciolse nel più soave sorriso che mai mi fu concesso di vedere su volto femminile. Si portò un dito alle labbra, come suggello del nostro segreto, e scomparve con la stessa grazia con la quale l'avevo vista danzare.

Ne sono passate di lune e di sangue da quei giorni.

Odori acri come la polvere da sparo si sono insinuati fino a dentro il cervello, marchiandolo. Echi di scoppi assordanti rimbalzano ancora, portando alla memoria visioni straziate di urla e carni strappate dalle ossa. Furia di stupidi uomini bianchi, sempre pronti a macellarsi in inutili guerre.

Eppure il sergente O'Malley, nonostante tutto, in fondo mi piaceva. Era un simpatico e logorroico vigliacco, dalla gracchiante risata sempre pronta e intento a seguire più gli ordini della sua inestinguibile sete che quelli dei suoi superiori. Certo, se mi fosse importato qualcosa della guerra in cui ero stato forzatamente coinvolto, avrei trovato il suo gretto comportamento deprecabile, ma passare i peggiori momenti degli scontri rintanati assieme in qualche buco in compagnia di un paio di bottiglie, anziché sotto il fuoco dell'artiglieria incrociata, mi era apparsa alla fine la scelta più proficua alla salvaguardia delle nostre pellacce. Dal momento che il Generale Thornston, per gli insondabili misteri che avvolgono talvolta la mente umana, si fidava solo di noi per portare i dispacci da un distaccamento all'altro, era facile per me e O'Malley prendere il largo al momento giusto per eseguire gli ordini e ricomparire successivamente ad acque più calme.

Mi confidò quella sua folle idea una sera, frammista ai soliti biascicati racconti di bordelli e bevute epiche, mentre ingollava whisky da una piccola bottiglia smaltata. La trovai subito pessima, ma questo non bastò, durante il trasporto di un messaggio nel giorno successivo, a evitarmi il consesso del manipolo di gentaglia che era convenuta a discutere quello che consideravano un piano geniale. In parte disertori, in parte predoni per elezione e tutti con la baldanza di chi è sopravvissuto alla guerra credendo perciò di essere immortale, si misero di buona lena a progettare di assaltare il treno che trasportava i rifornimenti a Yucon. A loro dire, erano certi che la sorveglianza sarebbe stata sguarnita a causa dell'ingente richiamo di truppe altrove, avvenuto pochi giorni prima.

Ho sentito dire da qualcuno che se un uomo con una pistola incontra un uomo con un fucile, l'uomo con la pistola è un uomo morto. Dalla mia posso aggiungere che se questi ne incontrano un terzo con una mitragliatrice sono entrambi uomini morti.

Il macchinista era stato debitamente freddato con un preciso colpo di fucile e il treno, privo di controllo, perdeva progressivamente velocità. Sciamammo ai fianchi del convoglio come mosche fameliche dirette su un pezzo di sterco. Ma dal vagone sul retro della sbuffante locomotiva una porta si aprì scivolando fino a rivelare proprio il potente metallico dispensatore di morte a ripetizione. La raffica scoppiò improvvisa e solo i miei fulminei riflessi mi consentirono di sfruttare l'impercettibile vantaggio che mi aveva dato la vista di un brillio sulle lucide canne dell'arma: mi gettai a terra prima che l'arco descritto dal soldato che la manovrava raggiungesse la mia posizione. Rovinai cadendo lungo il pendio scosceso mentre proiettili sibilavano tutto intorno come infiniti schiocchi di frusta, mischiati a grida concitate e urla di dolore. Punte di pietre mi ferirono in più parti scorticandomi, ma attesi che tutto fosse finito e, quando mi rialzai, fui ben lieto di constatare che non avevo niente di rotto né fori addosso.

Fa caldo oggi. Maledettamente caldo.

Il sudore mi impregna il corpo e la ferita sul collo continua a pulsare, bruciando più del sole e della sete che non mi danno tregua.

I miei passi sono lenti e stanchi mentre osservo a capo chino l'ombra che mi precede solo di poco.

Stupido.

Stupido ubriacone di un O'Malley. Tante precauzioni nell'esercito confederato per fare poi la fine dell'idiota in una rapina da quattro soldi.

Mi fermo un instante e volto indietro la fulva testa. Un ultimo soffocato nitrito di rimprovero a quel cadavere che mi trascino da un po' per lo stivale malamente incastrato nella staffa della sella. Il Sacro Bosco è ormai vicino.