L’ultimo re di Napoli – Gigi Di Fiore

Lo scrittore Gigi Di Fiore, autore di trattati storici e giornalista (dapprima al Giornale e successivamente al Mattino di Napoli), ha ottenuto il Premio Saint-Vincent nel 2001 per l’attività connessa alla pubblicazione di un quotidiano, il Premio Pedio per l’indagine storica ed il Premio Guido Dorso per gli studi sull’Italia meridionale. Ha pubblicato diversi volumi riguardanti il fenomeno sociale di diffusione dell'illegalità e del reato e il periodo della storia d'Italia compreso tra gli inizi del sec. XIX e il 1870 con riferimento alla questione del Meridione d’Italia.

Tra i suoi scritti meritano una particolare menzione: 1861 Pontelandolfo e Casalduni: un massacro dimenticato (1998), La camorra e le sue storie. La criminalità organizzata a Napoli dalle origini alle ultime “guerre” (2005), I vinti del Risorgimento. Storia e storie di chi combatté per i Borbone di Napoli (2005, 2014), L’impero. Traffici, storie e segreti dell’occulta e potente mafia dei Casalesi (2008), Gli ultimi giorni di Gaeta. L’assedio che condannò l’Italia all’unità (2010), Controstoria dell’unità d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento (2010) e Controstoria della Liberazione. Le stragi e i crimini dimenticati degli Alleati nell’Italia del Sud (2012).

 

Lo scrittore e giornalista Gigi Di Fiore

 

Di particolare importanza per una piena comprensione dell’opera L’ultimo re di Napoli (pubblicata nel mese di settembre del 2018) risulta l’introduzione intitolata Lo sconfitto della Storia. Nella stessa l’autore afferma che: «nell’affollato pantheon degli sconfitti della storia, Francesco II di Borbone, ultimo re delle Due Sicilie, merita decisamente un posto di rilievo. Morto a cinquantotto anni, ne visse oltre la metà in esilio dopo aver regnato a Napoli per appena ventuno mesi. Catapultato sul trono a ventitré anni, con poca esperienza e molte incertezze, circondato da consiglieri e gruppi dirigenti avanti negli anni che tentarono di strumentalizzarlo, l’ultimo erede della dinastia che per centoventisette anni e cinque generazioni aveva guidato l’autonomo regno meridionale fu sopraffatto dagli eventi. La storia camminava troppo in fretta per un giovane che avrebbe avuto bisogno di più tempo, per capire e rendersi conto di quanto fossero insidiose le vicende che era costretto a fronteggiare. L’Europa e il mondo correvano, la rivoluzione industriale aveva partorito nuovi protagonisti e nuovi interessi produttivi che, per svilupparsi, avevano bisogno di mercati, capitali finanziari, libertà doganali. Chi guidava la crescita economica occidentale si trovava nella necessità di controllare sempre più gli equilibri sociali, per influenzare a proprio favore le scelte politiche. Alla forza del denaro non poteva che corrispondere il predominio nei parlamenti liberali. Inghilterra e Francia erano i colossi nazionali di quell’epoca, tallonati dalla Prussia in crescita a spese dell’Austria rimasta aggrappata a un mondo socioeconomico in decomposizione.

 

Francesco II di Borbone

 

La dinastia regnante delle Due Sicilie, che si era cullata nel sogno illusorio di una indipendenza nazionale da preservare mantenendosi in pace con tutti gli altri Stati, stava diventando il passato. Il credo politico dell’isolamento internazionale, che era radicato nel re Ferdinando II padre di Francesco, era ormai fuori dal tempo. Quando nel 1859 l’ultimo re Borbone salì sul trono, non c’era più spazio per le politiche economico-produttive protezionistiche, per interventi di aiuto alle imprese locali limitati al sostegno dei consumi, per una cultura contadina esclusiva ancorata a valori simbolico-rituali che nulla volevano saperne di patrie, di nazioni, di ansie da produttività e mercati. Eppure, nei paradossi della storia, a sorpresa quegli stessi valori ritornano oggi di moda facendo capolino nelle diverse teorie sulle decrescite felici e sulle produzioni a chilometro zero, legate in maniera stretta a economie, tradizioni ed esperienze locali. Francesco II fu re sul trono dal 22 maggio del 1859 fino alla resa della fortezza di Gaeta, il 13 febbraio 1861. Un periodo di tempo troppo breve per potergli addossare responsabilità dirette diverse dall’inesperienza sulla fine delle Due Sicilie. Ci volevano ben altri marpioni per gestire l’eredità di una difficilissima situazione politico-istituzionale, in una nazione rimasta con pochi sostegni internazionali. La seconda guerra d’indipendenza, con l’alleanza tra Piemonte e Francia, il cinico genio politico-diplomatico del conte di Cavour, gli interessi economici inglesi, non estranei alla spedizione delle camicie rosse di Garibaldi, misero le Due Sicilie all’angolo.

Maria Sofia di Wittelsbach

Sui comportamenti di Francesco II negli eventi che portarono alla caduta del suo regno, è stato scritto tanto. A venticinque anni, insieme con la sua coraggiosa moglie ventenne Maria Sofia di Wittelsbach, Francesco fu costretto a lasciare la fortezza di Gaeta piegato dalle micidiali bombe dell’artiglieria piemontese, rese più efficaci dai cannoni a lunga gittata. Un esercito regolare italiano scacciava un altro esercito italiano, per conquistarne lo Stato. Il 13 febbraio 1861 terminava formalmente la storia politica del regno autonomo meridionale. Cominciava la storia dell’Italia unita che fu, già nei suoi primi anni, drammatica e sanguinosa. Soprattutto nelle regioni meridionali. Francesco II era in esilio a Roma, quando nel suo ex regno esplose, violenta e senza esclusione di colpi, la guerra contadina del brigantaggio. Sicuramente, decine di comitati borbonici alimentarono e finanziarono la rivolta, con l’obiettivo politico di riportare sul trono la dinastia Borbone. Ma sul campo, il cuore di quella guerra da migliaia di morti fu la ribellione sociale dei contadini affamati di terre, estranei al processo storico risorgimentale, calpestati dai signori proprietari dei latifondi diventati subito liberali e alleati della dinastia Savoia. Negli anni caldi della guerra del brigantaggio, l’ex re delle Due Sicilie visse sempre a Roma, ancora capitale dello Stato pontificio, ospite del papa Pio IX. Gran parte dei biografi di Francesco II hanno puntato la loro attenzione sui pochi mesi di regno, guardando a volte con simpatia l’epopea dei tre mesi dell’assedio di Gaeta. Fu lì che il giovane re con la regina Maria Sofia riscattò indecisioni e tentennamenti, dimostrando dignità e coraggio. Anche chi non fu mai tenero con i Borbone, come Benedetto Croce, manifestò ammirazione per il comportamento dei due sovrani a Gaeta. Fu davvero l’ultimo raggio di sole che illuminò un trono che stava per essere cancellato dal diritto della forza e dagli eventi politico-economici internazionali. Scrisse Benedetto Croce: “Con la fine del regno di Napoli, con l’annessione dell’Italia meridionale al resto d’Italia, ha termine la sua storia, intesa, come si deve, in quanto storia di una formazione politica; e coloro che si fanno a proseguirla passano di necessità a trattare della nuova Italia, del nuovo stato unitario”. Chi, nei primi anni dell’unità d’Italia, scrisse storie agiografiche sul Risorgimento dipinse la figura di Francesco II sempre come un inetto, ossessionato dalla religione cattolica, bigotto, timido, incapace di decidere. Lo bollarono con il nomignolo di “Franceschiello”, quasi a volerne sottolineare una irrimediabile pochezza di carattere. Solo in anni più recenti sono arrivate riletture più attente, ricostruzioni più rigorose, agevolate dalla consultazione di quell’Archivio Borbone che il re aveva portato con sé da Gaeta e che fu finalmente disponibile agli studiosi dal 1951 con la cessione allo Stato italiano. Fu l’Archivio di Stato di Napoli a perfezionarne l’acquisto dagli eredi dell’ultimo re di Napoli. Tra i primi a raccontare un “altro” Francesco II, coraggioso e non stupido, fu trentasei anni fa Pier Giusto Jaeger, uomo del nord, che tratteggiò una figura diversa da quella stereotipata del “Franceschiello”, pupazzo incapace. Naturalmente, anche Jaeger riservò molto spazio ai mesi dell’assedio di Gaeta, considerato il vero riscatto storico del re. Un giudizio condiviso dalla successiva biografia di Campolieti, ma anche dal libro pubblicato quarantasette anni fa da Garnier.

 

Francesco II di Borbone e la moglie Maria Sofia durante l'assedio di Gaeta

 

L’attenzione prevalente alle vicende di Gaeta appare spiegabile in biografie inserite nella più ampia storia del Risorgimento e dell’unità d’Italia. Più che alla sua personalità a tutto tondo, più che all’intera vicenda umana di quel re, gli studiosi si sono quasi esclusivamente interessati al suo comportamento e alle sue decisioni nei giorni che portarono alla fine delle Due Sicilie. Quello che accadde all’ex re nei suoi successivi trentatré anni – si è sempre pensato – non poteva avere più alcuna importanza per la grande storia, per l’Italia diventata umbertina dopo la morte di Vittorio Emanuele II. Eppure, Francesco II riuscì a sopravvivere ai famosi quattro “padri della patria” italiana: Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele II, Garibaldi. Visse abbastanza per vedere diventare l’eminenza grigia della spedizione garibaldina nel 1860, Francesco Crispi, il primo presidente del Consiglio italiano di origini meridionali a ventisei anni dall’unificazione. Visse abbastanza per assistere all’avvicendamento sul trono d’Italia di due re Savoia: prima Vittorio Emanuele II, poi il figlio Umberto I. In esilio, l’impegno politico legato alla perdita del regno terminò di fatto nel 1866. Dopo la cosiddetta terza guerra d’indipendenza, con la sconfitta dell’Austria e la vittoria di Prussia e Italia tra loro alleati, si affievolì ogni velleità e possibilità concreta di ritorno sul trono a Napoli. Ogni speranza che quel sogno si avverasse si spense, infrangendosi sulla realtà di una storia senza ritorno al passato. Ne furono inesorabile dimostrazione i graduali riconoscimenti diplomatici al regno d’Italia di tutte le nazioni del tempo, che si completarono proprio dopo la guerra del 1866. Il dopo, quando i bersaglieri italiani entrarono a Roma nel 1870, fu per Francesco II una esistenza vissuta tra Francia e Baviera, con periodici spostamenti in Austria e, negli ultimi anni, continue permanenze a Vichy e ad Arco di Trento, rinomate località termali, per curarsi. Fu proprio ad Arco, allora nell’impero austro-ungarico, che l’ex re morì, in un freddo 27 dicembre del 1894.

Le Due Sicilie, trentatré anni dopo l’annessione, erano ormai diventate altro. Qualcosa di diverso dal regno lasciato da Francesco II. L’emigrazione era esplosa in maniera massiccia, seguendo la famosa citazione di Francesco Saverio Nitti sui contadini meridionali destinati a diventare “o briganti, o emigranti”. Anche l’ex capitale, ormai una provincia dell’Italia, stava cambiando volto: molti quartieri erano stati “sventrati”, come aveva promesso il presidente del Consiglio Agostino Depretis con parole riprese dalla giornalista Matilde Serao, nel 1892 fondatrice a Napoli con il marito Edoardo Scarfoglio del quotidiano “Il Mattino”. Tutto era ormai diverso, trasformato: il corso Maria Teresa era diventato corso Vittorio Emanuele; a Palazzo Reale e al Teatro San Carlo erano stati sostituiti gli stemmi araldici dei Borbone con quelli della dinastia regnante dei Savoia; era nata la galleria Umberto; si costruiva il quartiere Vomero e cambiava volto anche l’area di Santa Lucia che si estendeva sottraendo spazio al mare e alla spiaggia. Ma il legame dell’ex re con la sua terra e le sue radici rimase sempre vivo fino alla morte. “Io sono napoletano”, aveva ripetuto con orgoglio nel suo famoso proclama d’arrivederci a Napoli di giovedì 6 settembre 1860. E Croce ricordò quell’idea d’identità, con un’altra citazione: “Io non so che cosa significhi indipendenza italiana; io conosco solo l’indipendenza napoletana”. A quel re piacevano le lasagne e, per questo, il padre Ferdinando II lo chiamava anche “Lasa”. Parlava e capiva il dialetto napoletano, oltre naturalmente al francese e al tedesco. Non rinnegò mai usanze e costumi della città e delle terre dove era nato e vissuto, anche quando fu costretto a ricordarle solo da lontano. Da quel 6 settembre 1860 non avrebbe mai messo più piede nella sua ex capitale. Dopo la resa di Gaeta, il suo esilio non si interruppe mai.

 

Basilica di Santa Chiara a Napoli

 

E solo nel 1984, quel che restava del corpo dell’ex ultimo re delle Due Sicilie, morto novant’anni prima, fu portato a Napoli. Nella basilica di Santa Chiara, il pantheon dei Borbone, dove Francesco II è sepolto con la moglie Maria Sofia. Accendere i riflettori sui trentatré anni d’esilio dell’ultimo re di Napoli, inserendoli nell’Italia dei re Vittorio Emanuele II e Umberto I di Savoia, significa voler comprendere ancora meglio e di più una figura più complessa di quanto la sua breve storia di sovrano riesca a far immaginare. Un uomo dal piglio aristocratico, dal distacco a volte gelido. Un meridionale, direbbero gli amanti degli stereotipi, atipico: riflessivo, contenuto nelle emozioni, lontano da eccessi di qualsiasi tipo. Riuscì, in esilio, a soddisfare la sua curiosità per i luoghi d’arte e le letture sfruttando il maggiore tempo a disposizione. Viaggiò per l’Europa, oppresso da problemi di salute per una forma di “diabete mellifluo” che lo avrebbe portato alla morte. Rimpianse e vagheggiò i giorni della grande gloria di Gaeta che lo aveva esaltato, visse con Maria Sofia un rapporto di affetto reso solido da una comune visione aristocratica della vita, ravvivata dai ricordi del passato. La perdita, a Roma, della figlia Maria Cristina Pia, nata nel Natale del 1869 e morta tre mesi dopo, le inquietudini amorose di Maria Sofia furono per Francesco II causa di altro dolore. Lo furono anche le preoccupazioni che gli diedero i comportamenti dei fratelli più piccoli. Irrequieti, spendaccioni, poco propensi alla disciplina familiare costrinsero il capo della dinastia Borbone a continui interventi per risolvere situazioni imbarazzanti. All’ex re rimasero molto legati decine e decine di militari in esilio o rimasti a Napoli, famiglie nobiliari, sudditi di diversa origine sociale che gli scrivevano, chiedevano di incontrarlo a Roma, gli sollecitavano consigli o aiuti. Un vinto della storia, che visse la sua condizione con grande dignità. Certo, per qualche anno continuò a protestare contro quella che considerava l’usurpazione del suo regno legittimo perso con la forza e l’inganno. Nel 1866 si illuse che, con l’aiuto dell’Austria dove era imperatrice Elisabetta di Wittelsbach, la popolare Sissi, sorella di Maria Sofia, sarebbe tornato sul trono. Ma ormai la storia andava avanti in direzione opposta: la Nazione napoletana aveva perso definitivamente la sua indipendenza nel 1861 e non si poteva tornare indietro. Sugli anni d’esilio restano importanti, tra le altre, alcune fonti: i diari dell’ex re, i documenti dell’Archivio Borbone e un prezioso libro sul periodo romano scritto da Pietro Calà Ulloa, presidente del Consiglio del governo in esilio delle Due Sicilie. Ma sono di particolare interesse anche il memoriale inedito del maggiore Pietro Quandel, istitutore del conte di Bari, che fa parte dell’Archivio privato Catenacci, e alcune lettere sparse in possesso di più collezionisti. Quei trentatré anni riescono a far conoscere a fondo la controversa personalità dell’ultimo re di Napoli. Partendo dalla sua incapacità al rancore sostenuta da un’incrollabile fede religiosa, quattro anni fa ad Arco di Trento è stata costituita la Fondazione Francesco II di Borbone per “promuoverne le virtù eroiche e la santità di vita” attraverso ricerche, studi e convegni. Ma l’ultimo re di Napoli resta uno sconfitto che, nella semplicità degli ultimi anni di vita, ad Arco di Trento si faceva chiamare signor Fabiani. Uno sconfitto, che aveva sostituito il rimpianto con la rassegnazione maturata in esilio. Uno sconfitto, schiacciato dal terrore per le responsabilità. Con Francesco II terminò l’autonomia della Nazione meridionale. La sconfitta di un uomo si identificò con la fine di una storia andata avanti, sotto più dinastie regnanti, per sette secoli. Finora nessun lavoro si era occupato dell’intero periodo d’esilio di Francesco II di Borbone. Questo libro cerca di colmare un vuoto, sperando di fornire spunti ulteriori di riflessione sulla figura dell’ultimo re di Napoli».

Si ritiene che quanto detto nell’introduzione da Gigi Di Fiore abbia spiegato a sufficienza scopi e finalità del saggio preso in esame. Il linguaggio è semplice, scorrevole e comprensibile non solo da persone ferrate sull’argomento proposto. Il rigore storico del giornalista non viene mai meno. Inoltre appaiono interessanti e ben costruite l’Appendice 1 e 2. Di grande utilità sono la cronologia, le note a piè di pagina, la corposa bibliografia, gli archivi consultati, la filmografia, la sitografia e l’indice dei nomi. Un testo meritevole di notevole attenzione che si consiglia di leggere o regalare a coloro che sono interessati a conoscere a fondo la controversa personalità dell’ultimo re di Napoli, Francesco II di Borbone.

 

 Titolo: L’ultimo re di Napoli 

Autore: Gigi Di Fiore

Editore: UTET

Pagg.  365

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