La battaglia del Cremera (477 a.C.)

Lo scontro armato del Cremera[1] si svolse sulle rive dell’omonimo corso d’acqua il 13 febbraio[2] del 477 a.C. È da considerare più una imboscata preparata dai Veienti[3] ai danni del contingente romano che stava depredando l’area soggetta alla loro giurisdizione. La sua fama deriva dal fatto che le truppe romane erano costituite soltanto da guerrieri facenti parte della gens Fabia[4].

PRESUPPOSTI

Rovine di Veio
Veio aveva sotto il proprio controllo la zona a destra del Tevere[5]. Con il passare dei secoli aveva conquistato i centri urbani limitrofi, conseguendo un notevole potere militare ed economico. Situata sul limite meridionale dei territori posti sotto il controllo dell’autorità etrusca, protetta da imponenti bastioni ed edificata sulla vetta di una collina con una forte pendenza, Veio ostacolò per molto tempo l’espansione territoriale di Roma. Tra le due città vi furono ripetuti conflitti per il dominio sull’area sopramenzionata, per la possibilità di accedere al mare e ai lucrosi scambi commerciali[6], specialmente del sale. Pertanto la competizione economica tra i due centri abitati era fortissima. Solitamente i Veienti non si scontravano con le unità militari romane, tuttavia: «… i nemici veienti, assillanti più che pericolosi, tenevano in allarme i Romani, più con le loro provocazioni che per via di un effettivo pericolo, perché mai li si poteva trascurare del tutto indirizzando altrove lo sforzo bellico»[7].
 
Denario di Quinto Fabio Labeo
I Fabii furono, in quel periodo storico, una gens[8] tra le più potenti di Roma. Il primo magistrato dei Fabii, dei due eletti annualmente nella Roma repubblicana, fu un certo Quinto Fabio Vibulano[9] nel 485 a.C. e nei sette anni successivi tre fratelli Fabii (Quinto, Marco e Cesone) ricoprirono il prestigioso incarico, fino al giorno in cui i patrizi non contrastarono il loro potere avversando i provvedimenti adottati e/o le proposte avanzate dalla gens, e soprattutto da Cesone, volte all’emancipazione dei plebei. Nel 479 a.C., probabilmente per allontanare l’attenzione dei cittadini da come stessero governando Roma, la gens stabilì di combattere e sconfiggere una volta per tutte Veio. Quindi le manovre belliche diventarono una incombenza privata[10], per cui privati sarebbero stati i vantaggi e le spese. Queste ultime lo furono sicuramente.
 
Porta Carmentale
Tito Livio[11] informa su come ebbe inizio la guerra tra i Fabii e Veio: «allora la gente Fabia si presentò al Senato e fu il console a parlare per tutti i suoi: “la guerra contro Veio, come voi padri coscritti ben sapete, ha più bisogno di un impegno assiduo che del coinvolgimento di molti uomini. Voi dedicatevi alle altre guerre e lasciate che siano i Fabi ad essere nemici dei Veienti. Noi ci impegniamo a salvaguardare l’autorità di Roma in quel settore. Noi intendiamo condurre questa guerra come un affare di famiglia, finanziato privatamente, mentre la repubblica non dovrà impegnare né denaro né uomini”. Ricevettero grandi segni di gratitudine»[12]. I Fabii si radunarono il giorno seguente. Si misero in viaggio acclamati da tutto il popolo e lasciarono Roma passando attraverso l’arcata destra della Porta Carmentale (a motivo della conclusione nefasta dell’operazione militare tale arcata sarà denominata Porta Scelerata). Si ritiene che l’esercito della gens Fabia fosse composto da quasi 5.000 soldati[13] (pressappoco una unità militare di cui i Fabii effettivi verosimilmente fornivano la milizia a cavallo), poiché insieme ai membri della famiglia furono costretti ad unirsi, spontaneamente o per costrizione, pure i molteplici clientes obbligati verso i Fabii.
 
Tomba Campana a Veio
«Quando arrivarono (i Fabii) presso il fiume Cremera che scorre non lontano dalla città dei Veienti costruirono un forte su un colle ripido e scosceso, per controllare il territorio. La fortezza era grande a sufficienza per essere difesa da un tale esercito, circondata da una doppia palizzata e con torri ravvicinate e fu chiamata Cremera dal nome del fiume. Poiché al lavoro partecipava lo stesso console fu impiegato meno tempo del previsto»[14]. Rintanati nel loro fortino i Fabii devastarono la zona soggetta alla giurisdizione dei Veienti, facendo divenire non pericolose le aree rurali romane e rischiose quelle degli avversari. I Veienti assaltarono il forte e reparti militari romani, guidati da Lucio Emilio, portarono soccorso ai Fabii. Ne scaturì un vero e proprio combattimento e gli Etruschi[15], aggrediti quando non erano ancora schierati, furono sconfitti rovinosamente ed inseguiti fino a Saxa Rubra dove erano piantate le loro tende. Vollero una tregua e la ottennero, ma dopo poco tempo Veio ricominciò a guerreggiare. I Fabii continuarono ad opporsi. Livio rammenta che: «… non si trattava solo di scorrerie attraverso il territorio o di improvvisi assalti di un gruppo di sabotatori, ma più volte si arrivò a battaglie regolari in campo aperto»[16]. Per Veio, in quel determinato momento il più forte centro urbano dell’area, che un’unica gens romana fosse in grado per due anni di contrastarla causava una perdita di autorevolezza ed una rischiosa indicazione di incapacità per altre popolazioni ostili. Essa non si poteva permettere il lusso di mostrare tolleranza verso una tale circostanza. La reazione vi fu nel 477 a.C.

SVOLGIMENTO DELLO SCONTRO ARMATO

Battaglia di Cremera
Gli Etruschi iniziarono a far supporre di essere ancora più indifesi di quanto non lo fossero realmente. Rendevano abbandonati alcuni territori per fingere un maggior timore dei loro agricoltori. Cessarono di trattenere i loro animali domestici per far pensare che fossero stati lasciati andare durante delle fughe frettolose. Fecero indietreggiare le forze armate inviate ad ostacolare le scorrerie. Le vittorie ininterrotte portarono i Fabii ad essere arroganti ed incauti. Il 13 febbraio del 477 a.C. i Fabii notarono dal loro presidio un branco di pecore e di capre non custodito da pastori e consapevoli della loro prestanza fisica: «senza pensarci troppo si misero a correre tralasciando i collegamenti tra di loro; oltrepassarono l’imboscata allestita proprio lungo il loro itinerario e, in ordine sparso, iniziarono a catturare le pecore»[17].
I Fabii sconfitti nella battaglia di Cremera
I Veienti vennero fuori allo scoperto confondendo i Fabii con urla prolungate, accerchiandoli e colpendoli con lance e frecce. Dal momento che i Veienti erano in numero superiore ai Fabii, per questi ultimi non vi fu altra possibilità di scelta se non abbandonare il provvisorio assetto da battaglia e, disposti in schiera a cuneo, lottare fino al raggiungimento di un'altura. «Lì organizzarono una prima resistenza, poi, appena il luogo sopraelevato diede loro un po’ di respiro e consentì loro di riprendersi dal grande spavento, presero addirittura a respingere i nemici che si facevano sotto. E anche se il loro numero era scarso, sfruttando la posizione, avrebbero vinto se i Veienti, aggirando l’altura, non si fossero impadroniti della sommità di questa»[18]. L’occupazione della vetta ristabilì una condizione di favore per i Veienti. I Fabii vennero battuti ed uccisi impietosamente[19]. Un’unica persona (Quinto, figlio di Marco) della gens Fabia restò ancora in vita. Livio dichiara che era stato fatto rimanere a Roma perché poco più che adolescente ma la notizia parrebbe non corretta dal momento che solamente dieci anni più tardi Quinto Fabio Vibulano diventò uno dei due magistrati eletti annualmente nella Roma repubblicana.

RIPERCUSSIONI

L'Apollo di Veio
I Veienti vinsero una legione romana, mandata subito per ostacolarli, capeggiata dal console Tito Menenio Lanato[20]. Roma corse il pericolo di essere circondata militarmente e venne salvata solamente dalla entrata in azione di altre milizie fatte tornare dall’area soggetta alla giurisdizione volsca[21] dove si trovavano a guerreggiare. I Veienti giunsero perfino a controllare il Gianicolo[22] dal quale per un periodo determinato assalirono più volte Roma. Per uno scherzo crudele della sorte vennero anch’essi battuti ed assassinati quando i Romani usarono verso di loro un inganno perfettamente uguale a quello in cui caddero i Fabii. Pecore e capre non custodite da uno o più pastori vennero disseminate qua e là ed i Veienti cercarono di raggiungerle terminando con lo sparpagliarsi disarmati. «Quanto più erano numerosi (i Veienti) tanto più ingente fu la strage»[23].
 
BIBLIOGRAFIA
AA.VV., Storia, Alpha Test, Milano 1999;
G. CLEMENTE, Guida alla storia romana, Arnoldo Mondadori, Milano 1985;
S.J. KOVALIOV, Storia di Roma, Pgreco, Roma 2011;
T. MOMMSEN, Storia di Roma antica, Sansoni, Milano 2001;
M. PANI - E. TODISCO, Storia romana, Carocci, Roma 2008;
A. SPINOSA, La grande storia di Roma, Arnoldo Mondadori, Milano 1998;
A. ZIOLKOWSKI, Storia di Roma, Bruno Mondadori, Milano 2006.
[1] Corso d’acqua del Lazio che scorre a settentrione di Roma ed è uno degli immissari meno importanti di destra del Tevere.
[2] Gli autori di trattati storici divergono sulle coordinate cronologiche (giorno e mese) dell’evento bellico. Le supposizioni sono tre: 13 febbraio, 16 luglio o 18 luglio. La data del 13 febbraio pare la più comprovata, dato che è citata da Ovidio che abitualmente dimostra di avere una rilevante accuratezza nell’indicare l’ordine temporale delle vicende storiche.
[3] Veio fu un famoso centro abitato etrusco, i cui ruderi si trovano più o meno a 17 Km a nordovest di Roma.
[4] Famiglia aristocratica romana di origine remota.
[5] Corso d’acqua di maggiore importanza dell’Italia centrale e peninsulare.
[6] Pani, M.; Todisco, E. Storia romana. Roma: Carocci, 2008, p. 64.
[7] Tito Livio, Ab Urbe condita libri. II, 48.
[8] Insieme di famiglie aventi un progenitore comune e che seguivano apertamente gli stessi riti religiosi.
[9] Soldato e politico romano del V secolo a.C.
[10] Clemente, G. Guida alla storia romana. Milano: Arnoldo Mondadori, 1985, p. 108.
[11] Autore romano di opere storiche.
[12] ibidem.
[13] Spinosa, A. La grande storia di Roma. Milano: Arnoldo Mondadori, 1998, p. 76.
[14] Dionigi d’Alicarnasso, Antichità romane. IX, 15.
[15] Popolazione dell’Italia di epoca remota, di idioma non indoeuropeo e di provenienza insicura. Visse in Etruria, che corrisponde al giorno d’oggi pressappoco alla Toscana, all’Umbria sino al corso d’acqua del Tevere e al Lazio settentrionale.
[16] Tito Livio, Ab Urbe condita libri. III, 50.
[17] ibidem.
[18] ibidem.
[19] Aa.Vv. Storia. vol. I. Milano: Alpha Test, 1999, p. 94.
[20] Politico romano.
[21] I Volsci furono una popolazione italica di un passato lontano e di provenienza indoeuropea, che si può ricondurre all’etnia osco-umbra.
[22] Collina romana prospiciente la sponda destra del Tevere, che si eleva verticalmente per 88 metri.
[23] Tito Livio, Ab Urbe condita libri. III, 51.

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