La Siria protobizantina: gli antichi fasti di una terra dimenticata

 

 

“[Antiochia], città splendida che si distingue
per i suoi edifici pubblici e per il gran numero di genti venute da ogni dove,
[…] sovviene alle necessità di tutti: dispone in abbondanza di ogni bene”[1].

Tra il 330 e la metà del VI sec. d.C. la Siria protobizantina attraversa una fase felicissima di splendore e pace, grazie anche alle difficoltà interne del vicino impero persiano. Aiutandomi con un testo specialistico che cito in nota, voglio “scattare una fotografia indelebile” di questa Siria, che sembra severamente chiedere giustizia, paragonata agli orrori contemporanei che stanno facendo scempio della storia e della vita di questo paese.
Il filosofo siro Libanio
Libanio, orgoglioso della sua terra, ci aiuta ad affrontare una domanda significativa sulla Siria del IV sec. d.C.: i suoi abitanti erano consapevoli di abitare una regione che poteva essere definita culturalmente omogenea pur nelle sue differenze locali? Il retore intende dimostrarlo, quando scrive, parlando appunto dell’area nota come “Siria”, che «la sua grandezza si radica in un passato più remoto di quello di Roma, risalente ai re della dinastia seleucide»[2] definendo quindi l’esistenza di questa unica zona culturale. In realtà il territorio, a partire dalla conquista di Alessandro il Macedone nel IV sec. a.C., era diviso in tre zone di diversa ascendenza linguistico-culturale: le grandi città come Antiochia (escludendo però quelle a Oriente dell’Eufrate), che erano rimaste legate alla grecità della koiné e alla cultura ellenistica esportate vittoriosamente dal sovrano macedone; le zone rurali, di cultura indigena, dove si parlava prevalentemente il siriaco o altri dialetti semitici; la Palestina, abitata in prevalenza da Ebrei e Samaritani che si esprimevano in aramaico. Quello che è importante rilevare è che fino alla fine del V sec., questo contesto culturale ricco e variegato non è causa di contrasti fra le sue svariate componenti linguistiche, etniche e religiose.
La Siria all’interno della ripartizione amministrativa dell’impero d’Oriente è parte della diocesi omonima: l’imperatore Valente nel IV sec. d.C. aveva separato da essa l’Egitto e il comes d’Oriente, vicario della diocesi, risiedeva nella sua metropoli, Antiochia, di fondazione seleucide[3]. Bisogna però puntualizzare che, a partire dal secolo successivo, la rilevanza del ruolo delle diocesi inizia a sgretolarsi: in particolare, dopo Costantino, il governatore di Antiochia non comanda più le truppe della provincia e, con il consolidarsi della nuova religione cristiana, viene sollevato da ogni competenza religiosa. Questa riduzione di potere è aumentata dal raddoppiamento delle province stabilito dall’imperatore Diocleziano, fatto che determina, in Siria, il passaggio dalle 9 province censite nel IV sec., alle 11 del V. Inoltre Antiochia è anche la residenza del magister militum per Orientem, la sede dell’omonimo e significativo patriarcato e del patriarcato d’Oriente. Nonostante sia sede dei più importanti gradi civili, militari e religiosi della Siria, Antiochia non è tuttavia la capitale della regione ed il suo ruolo predominante sembra sia stato ampiamente contestato in molte zone. Le città della Siria quindi non costituiscono un reticolo gerarchizzato dipendente da essa. Sebbene non sia investita di questo riconoscimento ufficiale, la metropoli però supera indubbiamente per popolazione, ricchezza e prestigio culturale qualunque altra capitale di provincia, venendo anche scelta nel secondo scorcio del IV sec. come residenza occasionale da svariati imperatori.
La Piazza Ovale di Antiochia
L’archeologo francese Georges Tate[4] ci informa che si tratta di una delle regioni più urbanizzate di tutto l’impero e che la sopracitata Antiochia nel IV sec. è senza dubbio la seconda città dopo Alessandria, capace di contenere, secondo le stime ritenute più attendibili (Libanio, Giovanni Crisostomo) fra i 150.000 e i 100.000 cittadini senza contare donne e bambini, il che fa supporre all’archeologo, non pienamente convinto, se i loro calcoli fossero stati corretti, circa 500-800.000 abitanti. Ammiano Marcellino dice che «nessuna tra le città saprebbe tenerle testa per la gran copia delle sue ricchezze naturali». La città, oltre che per il suo ruolo politico e demografico, svolge un ruolo determinante nella regione siriana anche per il gran numero di proprietari fondiari e artigiani che la abitano e per il suo ruolo e la sua posizione commerciale.
Torre di David - Gerusalemme
Oltre ad Antiochia, due delle città più importanti risalivano al periodo pre-ellenistico, Aleppo e Damasco, altre erano state fondate dai seleucidi che seguirono Alessandro, come lasciano intuire i loro nomi (Apamea, Laodicea, Seleucia). Gerusalemme, la cui valenza religiosa è oltremodo nota, è la grande metropoli cristiana dell’Oriente, patriarcato dal 451, oltre che la più importante meta di pellegrinaggio del mondo romano. La fenicia Tiro è «votata con ardore ad ogni genere di commercio» e «non esiste in tutto l’Oriente una città che possieda una popolazione tanto numerosa»[5]: i suoi scavi archeologici, specialmente le iscrizioni sepolcrali, ci hanno restituito un vitalissimo tessuto urbano e commerciale di artigiani di ogni tipo.
Monastero di Mar Elian, oggi demolito dall'Isis
Il periodo protobizantino vede una ulteriore crescita urbana nella regione con la fondazione di nuovi insediamenti soprattutto sull’Eufrate e ai confini del deserto, come Sergiopoli, legata al pellegrinaggio presso il sepolcro di San Sergio, e Zenobia. La pianta delle nuove città generalmente si allinea a quella dei centri già esistenti, su piani ortogonali; oppure mostra la forma della croce mutuata dalla pianta dei castra[6] originari (Filippopoli o la già citata Zenobia). Tutte le città sono circondate da mura (particolarmente ben conservate, fra le altre, quelle di Antiochia, Apamea e Damasco), costruite fra l’epoca ellenistica e quella romana, con funzioni più che altro di “prestigio”. Si inseriscono nel paesaggio urbano come unico elemento nuovo le chiese, divise principalmente dal punto di vista architettonico in due tipologie: quelle di tipo basilicale, con pianta allungata ovest- est, e quelle a pianta quadrata che possono essere rotonde, poligonali, a croce inscritta o tetrconche a collaterali. Le case non sono notevolmente diverse da quelle di altre regioni dell’impero, presentando una pianta quadrangolare nel tipico complesso delle insulae. Le città detengono una posizione di supremazia anche economica sui territori limitrofi, poiché vi confluiscono le imposte pubbliche, le rendite fondiarie, vi si esercitano le attività commerciali e vi prende vita la produzione artigianale.
Dal punto di vista economico-sociale nel tessuto cittadino troviamo in primis i ricchi, soprattutto alti funzionari; poi gli humiliores, fra cui mercanti e artigiani; ed infine i poveri.
Casa rurale siriana
Per quanto riguarda le campagne, la Siria pre-guerra civile agli occhi dell’archeologia aveva il privilegio di aver mantenuto agglomerati quasi completi di villaggi dei secoli IV-VI, di due prevalenti tipologie: o “chiusi” su se stessi o “aperti” all’interno di un contesto abitativo più esteso. A differenza delle città, i villaggi nascono in modo piuttosto casuale senza alcuna traccia di organizzazione “pensata” dello spazio. Le case rurali sono costituite in tutta la Siria da 3 elementi inamovibili, l’edificio principale, il cortile interno e il muro di cinta, più altri eventuali ambienti con funzioni abitative o destinati ad esigenze agricole (frantoi, stalle, etc). In alcune zone tra cui la Palestina è attestata la presenza di piccoli bagni rurali, usati anche come luoghi di riunione, funzionanti grazie ad un sistema di ipocausti[7] tipicamente romano. In alcuni di questi tuttavia è possibile vedere in nuce uno sviluppo diverso che prelude al concetto arabo di hammam[8]. Lo sviluppo del monachesimo anche in quest’area dell’impero è causa della creazione di diversi cenobi[9] nei villaggi e nelle zone limitrofe.
Qanāt
In merito alla lavorazione agricola del territorio, si individuano due zone differenti: le valli litoranee e le montagne vedono il prevalere dell’agricoltura secca, che prevede l’utilizzo di muretti di confine e di sostegno e cisterne per immagazzinare l’acqua piovana per la stagione secca, senza alcun sistema di irrigazione simile ai canali, ereditati dai Romani, che invece ritroviamo nelle zone meno ricche di acqua, come la valle dell’Oronte, che prelevano l’acqua fluviale. Nelle regioni aride o semiaride sono stati rinvenuti numerosi qanāt[10] collegati ad oasi artificiali.
 
[1] Brano significativo tratto dall’Expositio totius mundi (110), trattatello geografico anonimo del IV sec.
[2] G. Tate, XIII. La Siria-Palestina, in AA. VV., Mondo bizantino. Vol. I, L’Impero romano d’Oriente, pp. 406-407
[3] I Seleucidi, dal capostipite Seleuco, compagno di Alessandro, furono la dinastia insediatasi in queste zone dopo la morte del Macedone e lo sfaldamento del suo impero nel 323 a.C.
[4] Op. cit., p. 408
[5] Expositio totius mundi
[6] Accampamenti militari
[7] L'ipocausto (dal latino hypocaustum) era un sistema di riscaldamento usato nell'antica Roma, consistente nella circolazione di aria calda entro cavità poste nel pavimento e nelle pareti del luogo da riscaldare
[8] G. Tate, XIII. La Siria-Palestina, in AA. VV., Mondo bizantino. Vol. I, L’Impero romano d’Oriente, p. 414
[9] Il cenobitismo (dal latino coenobium, deriv. dal greco κοινός [pr. “coinòs”] "comune", e βίος [pr. "bìos”] "vita") è una forma comunitaria di monachesimo, praticata in monasteri (detti appunto cenobi) sotto la guida di un'autorità spirituale, secondo una disciplina fissata da una regola.
[10] I qanat sono un sistema di trasporto idrico usato per fornire una fonte affidabile d'approvvigionamento d'acqua agli insediamenti umani e per l'irrigazione in ambienti caldi e aridi. Anche in Italia ce ne sono diversi, concentrati in prevalenza nella Sicilia araba, i più celebri dei quali sono quelli di Palermo tutt’oggi visitabili.

Nessun commento ancora

Lascia un commento