Costantino XI, l’ultimo Re

 

Contantino Dragosh o Dragases come sappiamo fu l'ultimo sovrano dell'Impero Romano d'Oriente e morì in battaglia alla testa di ciò che rimaneva di quello che un tempo era uno dei più potenti eserciti del medioevo, quando i turchi conquistarono Costantinopoli il 29 maggio 1453.
Sappiamo anche che egli era il Despota di Morea, era fratello di Giovanni VIII, ed era vassallo del Sultano Turco Maometto II, dacché Morea faceva parte dei suoi territori.
Era slavonico per metà da parte di madre come il fratello defunto e era per metà greco. Come il fratello amava molto Roma e la sua storia ma pochi forse sanno che ancor più amava Sparta, e nella nuova Sparta o Misistra egli insediò la sua corte fino a che non venne chiamato per assumere l'onere (visto il momento...) più che l'onore della corona più grande.
Il sultano Maometto II
Costantino non aveva maneggiato per averla, gli fu offerta perché nel 1448 egli garantiva con la sua statura morale ed etica le più ampie garanzie di equilibrio, senso militare, costanza nel mantenere "viva" la storia del passato in quel piccolo lembo di terra tra l'Europa e l'Asia.
Maometto II ne fu felice e approvò la scelta della persona, in pratica con quell'atto Bisanzio diventava implicitamente vassalla dei Turchi ancora prima di "cadere".
La statura del personaggio, la sua spartanità fu tale che egli non perse nemmeno il tempo a farsi incoronare, tanto che alcune storie parlano del fatto che egli ricevette la corona da un laico, il che sarebbe di un’importanza storica eccezionale qualora fosse ritrovato lo scritto che testimoniasse l'avvenimento, tant'è che egli non ricevette mai l'imprimatur della Chiesa Ortodossa di cui peraltro faceva parte.
Affrontò con coraggio la tragica situazione del 1453 e paradossalmente si ritrovò nella stessa situazione di Leonida alle Termopili: tradito dai suoi alleati che praticamente lo lasciarono solo e senza via d'uscita se non la resa umiliante.
Statua di Costantino XI a Mistra
In quel momento forse lo spirito della città lacedemone e quello degli antichi romani prevalse su di lui ed egli preferì morire piuttosto che arrendersi, insieme a qualche decina di soldati che lo accompagnarono nell'ultima battaglia.
Costantino era un monarca molto semplice, quasi privo di una corte, ereditò una situazione estremamente pesante e da buon militare s’accorse immediatamente di ciò che sarebbe successo alla capitale, conosceva bene anche i turchi e Maometto II e sapeva che difficilmente egli avrebbe concesso un giorno in più del dovuto al vecchio Impero Bizantino.
Fu lui che disse la famosa frase “ora i greci e gli italiani sono un solo popolo” allorché l’assedio giungeva alle battute conclusive ed alla Blancherne egli aveva convocato tutti i difensori delle Mura, soprattutto Genovesi, Veneziani, Pisani e Catalani per parlare con fraterna amicizia sul drammatico futuro a cui s’andava incontro. Tuttavia egli comprendeva che i difensori raccolti oltre ai 4000/5000 soldati bizantini erano in quel luogo per un principio etico, non avevano nulla da guadagnare a combattere, pagare un accordo con i turchi sarebbe stato senz’altro più facile. Così nessuno dei “biechi commercianti latini” si mosse dal proprio posto e ognuno offrì disinteressatamente il proprio aiuto, così Costantino disse la famosa frase per unire inscindibilmente i due popoli come nell’antica storia tra greci e romani.

L’agonia di Bisanzio (L’agonie de Byzance) – Louis Feuillade (1913)
Costantino era solito cavalcare ogni mattina lungo tutto il perimetro delle Mura (22 km) per incitare gli stanchi, affamati e stremati difensori, per infondere coraggio e per ringraziarli di ciò che stavano facendo, l’umanità di questo monarca era immensa, anche l’ultimo giorno fece il suo giro mentre gli oltre 200000 turchi erano lì a guardare la loro prossima preda.
Fu un gesto che decuplicò le esigue forse dei valorosi combattenti.
Santa Sofia di Costantinopoli e l'aquila bicefala dell'Impero Bizantino

L'immane folle che partecipò in Santa Sofia all'ultima celebrazione liturgica prima della caduta della città, fu, secondo la descrizione del grande storico russo Vasiliev nella sua monumentale opera "La Storia dell'Impero Bizantino", uno degli spettacoli più grandi che mai il mondo abbia potuto vedere, Costantino salutò pubblicamente il Patriarca e si congedò da lui dopo la Santa Messa, poi prese a parlare alla moltitudine di gente assiepata dentro e fuori la chiesa.
Erano presenti tutti i difensori stranieri della città, dai genovesi ai veneziani, i rappresentanti d'entrambe le due concezioni religiose del cristianesimo, sembrava una festa, in realtà si stava consumando una tragedia dai caratteri psicologici enormi, Costantino nel suo ultimo discorso fu franco e realista, disse a chiare lettere che il compito dei cristiani di Bisanzio era la resistenza, ma disse anche che i difensori non disponevano né di armi, né di risorse umane simili a quelle dei turchi, avevano solamente la Fede e forse la Speranza, e chiese a tutti uno sforzo per amore di servizio verso la storia che Bisanzio rappresentava.

 

Costantino XI in un'immagine del XIX sec.

Il termine “ultimo spartano” è sicuramente forzato, come potrebbe non esserlo se lui e Leonida sono due personaggi appartenenti ad epoche diverse ed a contesti diversi, tuttavia la mia intenzione è stata quella di mettere in evidenza l'etica ed i valori morali di Costantino XI durante tutto il suo breve regno.

Certo, egli non fu e sarebbe mai potuto essere un re della statura di Leonida, anche se a onor del vero non aveva nemmeno una parvenza d'esercito che potesse permettergli una scelta diversa da quella che compì, comunque anch'egli sacrificò la vita pur sapendo di non avere speranze: fosse vissuto tra gli spartiate dell'antichità, un posto alle Termopili se lo sarebbe senz'altro "riservato".

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